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Michele De Michelis: «Seleziono i migliori gestori come un… CT della nazionale»

di Katia Cedioli
Ha iniziato la sua carriera come calciatore professionista, ma negli Anni 80 ha sviluppato un interesse per la finanza e gli investimenti. Oggi De Michelis guida una società di diritto svizzero specializzata in gestioni patrimoniali e consulenze per gli investimenti.

 

Michele De Michelis, Presidente e Responsabile investimenti di Frame Asset Management, ha trovato un nuovo campo di gioco dopo la sua carriera calcistica: la finanza. Attraverso esperienze di investimento personali e una dedizione alla pianificazione finanziaria, è diventato un esperto consulente. In questa intervista, condivide la sua storia, il suo approccio alla gestione dei fondi e come mantiene la fiducia dei clienti in un ambiente sempre più digitalizzato.

Partiamo dal suo passato da calciatore professionista. Da atleta pensava già all’importanza di pianificare il suo futuro finanziario? E cosa l’ha spinta a lasciare quel mondo per approdare alla professione di consulente finanziario?

Ricordo benissimo che quando approdai alla prima squadra firmando il mio primo contratto (incredibilmente mi pagavano per giocare a pallone…!), cominciai a sentir parlare di “investimenti ” per la prima volta nella mia vita e quindi a interessarmi a dove mettere i soldi che avrei risparmiato. Erano i tardi Anni 80, e anche se i BOT andavano sempre per la maggiore, qualche mio compagno di squadra più vecchio aveva già investito nei fondi comuni d’investimento con alterne fortune come sempre accade, pertanto alcuni ne parlavano molto bene e altri invece dicevano che erano delle fregature. Gli investimenti proposti che più mi piacquero in quel periodo furono i certificati di deposito che a 5 anni ti garantivano tranche da 10 milioni di lire a fronte di un versamento di 5,9 milioni, e il Contomat che era un conto corrente che versava in automatico le eccedenze  depositate (solitamente i 5 milioni di lire ) su un fondo monetario che investiva in obbligazioni a breve termine, garantendo quindi tassi d’interesse più alti rispetto a quelli normalmente applicati dalle banche sui conti. Qualche anno più tardi in Italia fu approvata la legge delle SIM (Società di Intermediazione Mobiliare), e non avendo sfondato con il calcio, mi piacque moltissimo l’idea di poter lavorare nel settore finanziario. Iniziai così la gavetta che mi ha portato fino a qua.

Lei si definisce “Direttore tecnico della Nazionale dei migliori gestori”. Che significa? Come si riconoscono i nuovi talenti?

Il concetto di ” direttore tecnico” della nazionale rappresenta l’idea di comporre un portafoglio di fondi gestiti da campioni, come se fosse appunto una formazione di calcio da mettere in campo. Così come tutti sanno che non si può giocare con undici attaccanti per vincere le partite, allo stesso modo utilizzando vari stili e strategie di gestione riusciamo ad avere una asset allocation equilibrata e coerente per il livello di rischio che un investitore riesce a sopportare. Ma quando un gestore viene riconosciuto e considerato bravo fino ad essere definito appunto un fuoriclasse? Esistono degli indicatori oggettivi come l’indice di Sharpe e di Sortino, ma io amo aggiungere anche un aspetto più “qualitativo” rispetto al mero approccio quantitativo. Conoscere quindi il gestore, il suo staff, il suo vissuto e come ha sviluppato nel tempo le sue qualità organizzative rimane, a mio modo di vedere, un punto di forza. Motivo per cui, oltre a utilizzare praticamente tutti i database presenti sul mercato, continuo ancora a fare “scouting “ di nuovi gestori attraverso il vecchio passaparola o i capital intro dei prime broker, dove ogni tanto riesco ancora a rinvenire delle varie e proprie gemme.

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Cosa la spinge a cercare sempre nuove sfide?

Nel settore del wealth management non puoi mai pensare di essere arrivato e sederti, perché il giorno dopo potresti essere sostituito. Se penso a tutto quello che è accaduto negli ultimi 15 anni, ciò che sembrava impossibile è accaduto. Riuscire quindi a soddisfare un’esigenza particolare per un cliente rimane il carburante principale di questa attività, e la soddisfazione non deve essere necessariamente limitata all’aspetto economico, che rimane importante ma non è l’unico ovviamente.

In un mondo sempre più digitale – che tende a spersonalizzare le relazioni consulente/cliente – come si mantiene una credibilità e un’indipendenza rispetto al mercato?

Per noi che siamo considerati dei “boomer” la relazione umana e l’empatia rimangono al centro di tutto. La tecnologia deve fornire un supporto alla nostra professione ma non deve sostituire né l’attività di verifica delle esigenze né guidare le scelte decisionali. Bisogna quindi rimanere sempre informati e mantenere ampie vedute senza negare a priori qualunque tipo di nuova tendenza, cercando piuttosto di capire  i driver che spingono certi tipi di investimento, anche se spesso risultano di difficile interpretazione. Mi vengono in mente per esempio le criptovalute o l’intelligenza artificiale che mi ricordano molto l’avvento di internet o del cloud. Tendenze innovative che poi diventano di utilizzo comune con l’andare del tempo.

Un termine della Finanza, come se lo spiegasse a un bambino? 

A me piace molto spiegare cosa sia un fondo d’investimento con una storia che riguarda gli antichi Fenici. Questo antico popolo di grandi commercianti infatti era solito trasportare le merci diversificando i carichi sulle navi. Ovvero, se avevano dieci prodotti da vendere e dieci navi per trasportarli, caricavano su ogni nave un decimo di ciascun prodotto e partivano per la traversata con ogni natante carico di beni cosi suddivisi, operando quindi una una primitiva quanto efficace diversificazione. Questa idea rappresentava due vantaggi: in caso di naufragio non avrebbero perso la totalità di nessuna merce (evitando di deludere i compratori) mentre in caso di perdita del carico la diminuzione dell’offerta avrebbe fatto aumentare il prezzo in presenza di domanda costante. Praticamente il primo esempio del noto adagio di “non mettere tutte le uova in unico paniere” per diversificare il rischio.

Katia Cedioli

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