Dal private equity alla consulenza finanziaria, Marcello Aceti racconta la sua “seconda partenza”: un nuovo ruolo a contatto diretto con le persone, con competenze solide e una forte consapevolezza del valore della fiducia. *
Marcello Aceti lavora come consulente finanziario per Banca Mediolanum a Roma. Con sé porta un’importante esperienza nel settore degli investimenti istituzionali, che nonostante la giovane età, gli consente di avere una solida conoscenza del settore e delle normative che lo regolano.
Come si è avvicinato alla professione di consulente finanziario? Che percorso di studi ha seguito e quali aspetti lo hanno guidato verso questo settore?
Crescendo tra la crisi finanziaria globale e termini ricorrenti come “spread”, “quantitative easing”, “whatever it takes”, sin da piccolo mi sono avvicinato al mondo della finanza per la curiosità di capire e interpretare quello che stava succedendo nel mondo. Volevo capire come una cosa ai miei occhi giovani così astratta potesse avere un impatto enorme sulla vita delle persone e degli Stati stessi. Da lì ci volle poco per scoprire il mondo degli investimenti e in particolare Warren Buffet, il più grande investitore di sempre. Mi affascinò vedere come un’analisi attenta, volta a comprendere e valutare un business, unita ad una spiccata pazienza e al controllo delle emozioni, potesse portare a dei risultati straordinari. Intrapresi così gli studi in Economia delle banche, delle assicurazioni e degli intermediari finanziari all’Università di Milano Bicocca per poi proseguire con un Master in Finance & Real Estate alla ESCP Business School, tra Madrid e Londra.
A livello professionale ho iniziato nel mondo degli investimenti istituzionali, prima in Generali Real Estate e poi come Investment Analyst in Cassa Forense, occupandomi di private equity, venture capital e private debt. In tutte queste esperienze ho lavorato su analisi, due diligence e monitoraggio di portafogli complessi. Lavorando nel settore finanziario ed avendo iniziato ad investire i miei risparmi sin dai primi anni di università, spesso gli amici mi chiedevano consigli su come investire. Inoltre, sono sempre stato una persona molto socievole a cui piace mettersi a disposizione degli altri per qualsiasi cosa, faticando a dire di no. A un certo punto ho sentito il desiderio di portare le mie competenze più vicino alle persone, supportandole nel comprendere le loro necessità e nel raggiungere i loro obiettivi e avere un diretto riscontro del mio lavoro dai clienti, componente del tutto assente lavorando per un investitore istituzionale. Da qui la scelta di affrontare l’esame e intraprendere il percorso di consulente finanziario.
Sta iniziando un nuovo percorso nella consulenza. Come sta vivendo questo momento di cambiamento e quali sensazioni lo accompagnano?
Sto vivendo questo momento come una vera e propria seconda partenza. Da un lato c’è l’entusiasmo di iniziare una strada che sento molto mia: poter affiancare quotidianamente le persone, le famiglie e i professionisti nella gestione dei loro risparmi e dei loro progetti, supportandoli e contribuendo non solo con competenza tecnica ma anche empatia e calorosità. Dall’altro lato c’è una forte sensazione di responsabilità: so che chi si siederà davanti a me non mi affiderà solo numeri, ma pezzi di vita – la casa, i risparmi, gli studi dei figli, la pensione. È un cambiamento importante rispetto al mondo degli investimenti istituzionali, ma lo vivo in modo positivo: porto con me un bagaglio tecnico solido e sto lavorando per trasformarlo in un servizio concreto e comprensibile per ogni cliente.
Tra le competenze maturate nelle sue esperienze precedenti, quali pensa le saranno più utili nella crescita professionale che desidera costruire?
Le esperienze che ho fatto finora mi hanno dato diverse competenze trasversali che saranno senz’altro di supporto per la mia crescita professionale. Iniziamo dalla capacità di analisi: in Cassa Forense e in Generali mi sono occupato di due diligence, valutazione di strategie e monitoraggio di portafogli composti da numerosi fondi. Questo mi aiuta oggi ad avere una visione strutturata del rischio e delle opportunità. E poi la visione di portafoglio nel suo insieme: lavorare su asset differenti – private equity, private debt, real estate – mi ha abituato a ragionare in termini di diversificazione e coerenza con gli obiettivi, cosa che è fondamentale anche per il cliente privato.
La capacità di comunicare in modo semplice concetti complessi è fondamentale: il cliente deve poter comprendere le strategie e le operazioni che vengono messe in atto. Il consulente ha il dovere di spiegare in modo chiaro e comprensibile e, allo stesso tempo, di educare con gradualità e continuità il cliente ai mercati finanziari, così che sappia interpretare i diversi scenari economici e acquisire la serenità emotiva per affrontarli.
Quali sono gli elementi fondamentali che permettono a un giovane consulente di conquistare la fiducia delle persone che segue?
Per me gli elementi fondamentali sono cinque: ascolto, perché prima dei prodotti vengono le persone e la loro storia; trasparenza, nel parlare sia dei potenziali rendimenti sia dei rischi, senza promesse irrealistiche; coerenza, tra quello che si dice e quello che si fa, anche quando il mercato è volatile; continuità, cioè essere presenti nel tempo, non solo al primo incontro o quando tutto va bene; disponibilità: il ruolo del consulente non deve limitarsi a proporre investimenti e gestire il patrimonio. Il supporto va offerto a 360 gradi, essendo presente, reperibile e pronto ad affiancare il cliente non solo nelle decisioni finanziarie, ma anche nei momenti chiave della sua vita personale e familiare, quando le scelte economiche si intrecciano con aspetti emotivi e relazionali. La fiducia è qualcosa che si costruisce piano piano, dimostrando di essere affidabili nella quotidianità di tutti i giorni.
Quanto conta per lei confrontarsi con professionisti esperti e lavorare in un contesto dove la condivisione delle competenze è parte del lavoro quotidiano?
Moltissimo. Nelle mie esperienze precedenti ho avuto la possibilità di lavorare in team composti da professionisti con tanti anni di esperienza alle spalle: da loro ho imparato non solo aspetti tecnici, ma anche il modo di gestire le situazioni delicate, le decisioni difficili e la relazione con i diversi interlocutori. In consulenza è lo stesso: avere accanto colleghi più esperti, potersi confrontare su casi concreti, discutere soluzioni e strategie, ti permette di crescere più in fretta e offrire ai clienti un servizio più solido. Mi piace l’idea di lavorare in un ambiente in cui la condivisione e il confronto siano costanti. Ritengo fondamentale potermi confrontare con professionisti esperti, dai quali poter apprendere sempre qualcosa in più, perché sono convinto che non esista un vero limite all’apprendimento: la curiosità farà sempre parte di me. Per questo considero scambio e collaborazione non come un “di più”, ma come una componente naturale ed essenziale del lavoro quotidiano.
Come si mantiene aggiornato e quali strumenti o abitudini utilizza per rimanere al passo con le evoluzioni del mondo finanziario?
Ho sviluppato un approccio all’informazione che unisce abitudine quotidiana e approfondimento periodico. Ogni giorno dedico del tempo alle principali news economico-finanziarie e ai report di mercato, in particolare trovo estremamente utile e pratico aggiornarmi con diversi podcast di settore, che costituiscono la mia colonna sonora quotidiana. È un mezzo di informazione facilmente fruibile anche mentre si è persi nel caos di Roma tra un appuntamento e l’altro.
In parallelo, continuo a studiare in modo strutturato: partecipo a corsi, convegni, webinar e sessioni di formazione, sia su temi tecnici sia su aspetti normativi e regolamentari.
Quanto peso dà allo stile personale e all’abbigliamento nel suo ruolo professionale?
Sono il primo messaggio non verbale che il cliente riceve da noi. Per me l’obiettivo è trasmettere cura, ordine e rispetto per la persona che ho davanti, non tanto ostentare formalità. Avere cura in primis di sé stessi è un presupposto fondamentale per aver cura delle persone, dei diversi rapporti e di quello che ci circonda. Scelgo uno stile sobrio e professionale, a volte casual, ma che resti naturale e coerente con la mia personalità: voglio che il cliente si senta a proprio agio, non in soggezione. È una professione in cui i clienti si possono conoscere nei luoghi e nei modi più disparati, in viaggio o facendo sport, ad esempio, l’importante è trasmettere sempre educazione, rispetto ed interesse sincero nel comprendere le effettive esigenze del cliente. L’obiettivo è creare piano piano relazioni di fiducia che possano renderti imprescindibile ed insostituibile per il cliente, e magari, come spesso succede, con alcuni clienti si instaura anche un rapporto di amicizia.
Ci racconta un concetto del suo lavoro in modo semplice, come se lo spiegasse a un bambino o una bambina?
Sicuramente la finanza comportamentale e la differenza tra investire e speculare. È un concetto fondamentale, che é responsabile della maggioranza delle perdite a cui anche investitori esperti vanno incontro. Prescinde dalle effettive conoscenze che uno ha, in particolar modo quando si tratta di fare investimenti nel lungo periodo. Benjamin Graham, padre del value investing, consigliava: «Non cercare di massimizzare i rendimenti, cerca di massimizzare le tue possibilità di ottenere rendimenti decenti per tutta la vita. Un rischio più elevato non equivale a rendimenti più elevati». Possiamo a grandi linee spiegarlo così a un bambino o bambina: supponiamo che incoraggi il padre ad andare veloce con la macchina perché non vede l’ora di arrivare al parco giochi. Andare sempre al massimo della velocità aumenta la probabilità di incidenti, non la certezza di arrivare prima. Il mio ruolo è aiutare le persone a trovare un equilibrio tra rischio e rendimento che permetta loro di arrivare in fondo al viaggio – la loro vita finanziaria – in modo solido e sostenibile.
*Questo contenuto è stato realizzato in collaborazione commerciale
