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La finanza personale non è solo per esperti

di Alessandro Dattilo
In un Paese dove parlare di soldi è ancora un tabù, Roberto Pugliesi e Enrico Maria Cervellati propongono una nuova educazione finanziaria basata sulla consapevolezza. Dal risparmio al debito sano, dalla pianificazione alla trasmissione intergenerazionale del patrimonio, hanno scritto una guida per vivere in coerenza con i propri obiettivi e valori.

 

Come si costruisce una buona educazione finanziaria? Per Roberto Pugliesi, esperto di educazione finanziaria con trent’anni di esperienza in ambito bancario e assicurativo, e Enrico Maria Cervellati, docente universitario e CEO della società di consulenza EMC3 Solution, il primo passo è cambiare mentalità. Il secondo, è creare un piano. Il loro libro “Capire la finanza personale” dà strumenti concreti per imparare a distinguere bisogni da desideri e costruire un rapporto equilibrato con il denaro, a partire dalle spese quotidiane fino agli investimenti e alla previdenza. Ce lo spiegano in questa intervista.

Nel vostro ultimo libro sottolineate che l’educazione finanziaria non è una materia per addetti ai lavori, ma una competenza fondamentale per tutti. Da dove dovrebbe partire chi non ha alcuna base per cominciare a gestire il proprio denaro in modo più consapevole?

Cervellati: «La gestione della finanza personale non è un campo riservato agli specialisti. È qualcosa che tocca ogni individuo, quotidianamente, dal momento in cui riceve il primo stipendio fino all’età della pensione. Eppure, la maggior parte delle persone la considera una materia ostica, tecnica, qualcosa che riguarda gli “addetti ai lavori”. Nel libro insistiamo molto su questo punto: la finanza personale è, prima di tutto, una questione culturale. Significa capire che il denaro è uno strumento, non un fine in sé. Chi parte da zero deve cominciare proprio da qui: dal cambiare prospettiva. Bisogna smettere di vivere il denaro con paura o con superficialità, e iniziare a guardarlo come una risorsa da indirizzare. È un percorso graduale che parte da un cambio di mentalità: il denaro non è un tabù, né un obiettivo in sé. È un mezzo che possiamo imparare a governare».

Enrico Maria Cervellati

Pugliesi: «Spesso si pensa che per gestire bene i propri soldi servano competenze tecniche sofisticate o conoscenze specialistiche, ma non è così. La finanza personale è una competenza pratica, fatta di regole semplici, che tutti possono imparare. Il punto di partenza è creare un budget: capire come dividere le proprie risorse tra ciò che serve, ciò che si desidera e ciò che si vuole risparmiare. Questo approccio elementare è già sufficiente per cambiare radicalmente il rapporto con il denaro. Nel libro lo spieghiamo chiaramente: non servono grandi guadagni per diventare consapevoli, serve la costanza di ripetere piccole decisioni. Anche risparmiare 50 euro al mese, se fatto con disciplina, può generare un patrimonio nel tempo. È il gesto che conta, più della cifra. Per chi parte da zero, è fondamentale imparare a distinguere bisogni da desideri: è questo che permette di non sprecare risorse e di liberare margini per il risparmio. Da lì si costruisce tutto il resto: un fondo per gli imprevisti, la pianificazione della propria previdenza integrativa e, col tempo, forme di investimento più strutturate. Quello che conta non è “quanto so di finanza”, ma “quanto sono disposto a prendermi cura delle mie scelte finanziarie”. La finanza personale non è per esperti: è per chi vuole vivere meglio».

Tra budgeting, risparmio, previdenza e investimenti, qual è l’errore più comune che i cittadini commettono nella gestione delle proprie finanze quotidiane?

Cervellati: «La totale assenza di pianificazione. La maggior parte di noi vive alla giornata, limitandosi a reagire agli eventi: un imprevisto, una spesa urgente, una bolletta più alta del previsto. Così le spese non vengono mai governate, ma solo subite. Nel libro spieghiamo che il problema non è tanto scegliere un cattivo strumento finanziario, quanto non avere obiettivi chiari. Senza una rotta precisa, è impossibile che le scelte economiche siano coerenti. Questo atteggiamento porta a trascurare il risparmio, a rimandare decisioni cruciali come la previdenza e, spesso, a cadere vittime della moda del momento negli investimenti. Si cerca il prodotto che “tutti comprano”, senza chiedersi se sia adatto ai propri bisogni. La conseguenza è una finanza personale fragile, sempre in balia degli eventi. Un altro errore diffuso è considerare il risparmio come una rinuncia, come qualcosa che toglie libertà. In realtà è l’opposto: risparmiare significa aumentare la libertà futura, darsi la possibilità di scegliere. Ma senza pianificazione, questo concetto non si afferra. E così si rimane bloccati in un presente continuo, dove il denaro è fonte di ansia anziché di sicurezza».

Roberto Pugliesi

Pugliesi: «Il più grande errore è pensare al risparmio come a ciò che resta dopo aver speso. È un meccanismo che porta inevitabilmente a non risparmiare mai. Il risparmio, invece, va programmato a monte, esattamente come una bolletta: prima si decide quanto mettere da parte, poi si gestisce il resto. Questa è la base di una buona gestione della finanza personale, ed è la prima regola che suggeriamo nel libro. Un altro errore ricorrente riguarda il modo in cui ci approcciamo agli investimenti: troppi li vivono come scommesse, cercando il guadagno veloce, oppure restano paralizzati dalla paura di perdere. In entrambi i casi manca disciplina. La finanza comportamentale spiega bene questi errori: l’euforia ci porta a comprare nei momenti sbagliati, l’ansia ci spinge a vendere proprio quando dovremmo mantenere la calma. Nel libro insistiamo su questo: la disciplina è più importante della competenza tecnica. Una strategia chiara, rispettata con costanza, protegge molto più di qualunque previsione di mercato. L’errore vero non è “scegliere male un investimento”, ma farsi condizionare dalle emozioni e non avere un piano».

Molti associano il tema del debito a qualcosa di negativo. In che modo, invece, un indebitamento “sano” può diventare uno strumento utile per realizzare i propri progetti di vita?

Cervellati: «Il debito viene spesso demonizzato, come se fosse sempre e solo un male da evitare. In realtà, il debito è uno strumento: può diventare una catena, ma può anche essere una leva. Nel libro distinguiamo chiaramente tra debito “cattivo” e debito “buono”. Il primo è quello contratto per soddisfare consumi immediati, che non generano valore: comprare beni superflui, sostenere stili di vita che non possiamo permetterci, cercare gratificazioni momentanee. Questo debito ci allontana dai nostri obiettivi, ci toglie libertà e riduce la nostra stabilità. Ma esiste anche il debito “buono”, quello che ci permette di realizzare progetti importanti che costruiscono valore nel tempo: l’acquisto della prima casa, la formazione universitaria, l’avvio di un’attività imprenditoriale. In questi casi, il debito non è un peso, ma uno strumento che ci permette di anticipare la realizzazione dei nostri obiettivi, diluendone i costi in un arco temporale sostenibile. La condizione fondamentale è che sia calibrato sulle proprie capacità: le rate devono inserirsi armoniosamente nel bilancio familiare, senza comprometterne la stabilità. Il debito “sano”, quindi, è quello che ci avvicina a ciò che desideriamo costruire, e non quello che ci lega a spese inutili. Non bisogna averne paura: bisogna imparare a distinguerlo e a gestirlo».

Photo: Freepik

Pugliesi: «Il debito non è un nemico da combattere a prescindere. È un mezzo, e come ogni mezzo può essere usato bene o male. Io lo chiamo spesso “debito educativo”, perché ci costringe a pianificare e a rispettare impegni. Quando sottoscriviamo un mutuo per la casa o un prestito per un master, non stiamo facendo un errore: stiamo investendo nel nostro futuro. Certo, serve misura: il debito diventa virtuoso solo se è sostenibile e coerente con i nostri obiettivi di vita. Nel libro scriviamo che il debito riflette la nostra disciplina: se è legato a un consumo immediato e superficiale, rivela mancanza di controllo; se invece finanzia progetti che generano valore, mostra capacità di visione. È questo il punto: non chiedersi se il debito sia “giusto” o “sbagliato”, ma se mi avvicina o mi allontana dai miei obiettivi. Un debito contratto per inseguire mode o status symbol è una trappola. Un debito per crescere, formarsi, mettere basi solide per la propria vita è invece un acceleratore. La differenza sta tutta nella consapevolezza con cui lo assumiamo».

Nel libro parlate di “valori personali” come bussola delle scelte economiche. Potete farci un esempio concreto di come collegare obiettivi di vita e decisioni finanziarie?

Cervellati: «Quando parliamo di valori personali, non parliamo di concetti astratti: parliamo di ciò che realmente guida le nostre scelte quotidiane. La finanza personale non può essere ridotta a un elenco di numeri e percentuali, perché è il riflesso diretto delle nostre priorità e del nostro modo di vivere. Nel libro sottolineiamo che i valori sono la bussola: ci aiutano a capire dove vogliamo andare e ci permettono di dare un senso al denaro che gestiamo. Se, ad esempio, il mio valore principale è la sicurezza, allora sarà naturale destinare parte delle mie risorse a costruire un fondo di emergenza, o a integrare la pensione con forme di previdenza complementare. Se invece il mio valore è la libertà, potrei decidere di investire nella mia formazione, in esperienze che mi diano autonomia, o in strumenti finanziari che mi permettano di non dipendere da nessuno. L’importante è che ogni scelta economica rifletta un valore: altrimenti rischiamo di accumulare senza soddisfazione, o di spendere senza senso. La vera realizzazione non arriva dalla somma dei soldi, ma dalla coerenza tra ciò che facciamo con essi e ciò che per noi conta davvero».

Pugliesi: «Un esempio concreto che utilizzo spesso riguarda i figli. Se considero l’educazione un valore fondamentale, allora una decisione coerente sarà destinare parte del mio reddito a un piano di accumulo per finanziare i loro studi universitari. Non è solo una questione di soldi messi da parte, ma di coerenza con un principio che per me è centrale: dare ai miei figli la possibilità di crescere e realizzarsi. Nel libro ribadiamo proprio questo: la finanza personale è efficace solo quando diventa espressione dei nostri valori. Se il mio obiettivo è proteggere la famiglia, posso scegliere strumenti assicurativi che garantiscano serenità in caso di imprevisti. Se il mio valore è la realizzazione personale, potrei indirizzare risorse verso esperienze che arricchiscano la mia vita. In ogni caso, i soldi smettono di essere numeri e diventano mezzi per vivere in modo coerente con ciò che siamo. Senza questa connessione, le decisioni finanziarie rischiano di sembrare vuote o di generare frustrazione. Quando invece il denaro segue i nostri valori, diventa una forza positiva che ci aiuta a costruire la vita che desideriamo».

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Photo: Unsplash / Our Life in Pixels

Il passaggio generazionale è spesso trascurato, ma rappresenta un nodo cruciale. Quali strumenti e approcci suggerite per trasmettere non solo patrimonio, ma anche educazione finanziaria ai propri figli e figlie?

Cervellati: «Il passaggio generazionale non è soltanto una questione di beni o di successioni, ma soprattutto di cultura. Trasmettere patrimonio senza trasmettere competenze è un regalo a metà, e spesso rischioso. È come lasciare un’auto senza insegnare a guidarla: il risultato è che quel patrimonio può essere disperso o mal gestito. Nel libro insistiamo sul fatto che il vero passaggio generazionale è innanzitutto culturale e poi economico. Bisogna coinvolgere i figli già nelle piccole decisioni: spiegare perché si risparmia, come si pianifica una spesa, perché si fa un investimento. Sono lezioni che valgono più di qualsiasi bene materiale. Ovviamente esistono strumenti patrimoniali utili – polizze vita, trust, piani successori – che danno continuità e ordine, ma senza un’educazione finanziaria di base non bastano. La vera eredità è la capacità di pensare al denaro come a uno strumento da governare, e non come a un fine da inseguire. Solo così si costruisce una continuità vera tra generazioni».

Pugliesi: «L’eredità più importante che possiamo lasciare non è il denaro, ma la capacità di gestirlo. I figli apprendono molto più dall’esempio che dalle parole: se vedono genitori attenti, disciplinati e coerenti nelle loro scelte, assorbiranno questa mentalità. Nel libro spieghiamo che l’educazione finanziaria si trasmette soprattutto con le esperienze. Per questo suggerisco di creare occasioni pratiche: un conto di risparmio dedicato, un piccolo piano di accumulo a loro nome, o un salvadanaio digitale gestito insieme. Così i ragazzi imparano cosa significa risparmiare, fare sacrifici, raggiungere un obiettivo. Questo vale molto di più di qualsiasi lezione teorica. Certo, strumenti patrimoniali e giuridici sono importanti per garantire la continuità, ma senza questa educazione di base il rischio è che il patrimonio venga sprecato. Il passaggio generazionale si costruisce giorno per giorno, attraverso l’esempio e la pratica. Non è solo una questione di lasciare beni, ma di trasmettere la responsabilità e la consapevolezza necessarie per farli fruttare».

 

Alessandro Dattilo

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